All’inizio era una normale recita scolastica di fine anno.

Poi, senza accorgercene, ci siamo trovati coinvolti in qualcosa di serio, molto serio, che pesava come un macigno.

Quei bambini, sul palco, non stavano più recitando, stavano parlando ai nostri cuori, alle nostre coscienze.

E con l’inesorabile logica dell’amore, ci raccontavano delle sofferenze della guerra, dell’odio razziale, del caos della civiltà motorizzata, ma anche delle incomprensioni all’interno della nostra società e all’interno delle nostre stesse famiglie.

E noi lì, ad assistere; non più spettatori, ma coinvolti e senza alibi, senza poterci nascondere dietro i fatti più gravi, le colpe degli altri, che giornalmente ci consentono di ignorare le nostre colpe, i nostri difetti.

Come siamo stolti noi uomini.

Ma quei bambini non siamo noi? Non eravamo noi?

Erano vestiti da angeli, ma si deve essere angeli per amare gli uomini?

Erano vestiti da angeli; tutti i bambini sono angeli; ma sono esseri umani, come noi, come eravamo noi, prima di sentirci grandi, adulti.

Eppure c’era qualcosa di strano nell’aria, l'atmosfera sembrava rarefatta, si percepivano presenze che affrancavano tutta la cattiveria degli uomini. Presenze che sapevano di amore, bontà, dolcezza.

Sul palco c’erano i bambini, meravigliosi e dolcissimi esseri che ci parlavano, ma non veniva solo dal palco il flusso di bontà e di amore che ci turbava tanto. E, improvvisamente, girando lo sguardo intorno, qualcosa, prima inosservato, emergeva tra i presenti. Alcune figure avevano una luminosità che le faceva risaltare, non saprei dire da dove provenisse; ma forse, sì; era nello sguardo; una luce negli occhi, come quella dei bambini sul palco, ma più intensa, più consapevole e più felice.

Era una luce che esprimeva come un’intima gioia di aver saputo mandare, attraverso quei bambini, un messaggio d’amore.

Penso proprio che sia quello lo sguardo degli angeli.

                               Un cittadino di Itala